Francisco: un Papa que presidirá en la caridad. Leonardo Boff


Francisco: un Papa que presidirá en la caridad
2013-03-17

La grave crisis moral que atraviesa todo el cuerpo institucional de la Iglesia ha hecho que el Cónclave eligiese a una persona con autoridad y coraje para hacer reformas profundas en la Curia romana y presidir la Iglesia en la caridad, y menos en la autoridad jurídica debilitando a las Iglesias locales. Fue lo que señaló Francisco en su primera alocución. Si sucede eso, será el Papa del tercer milenio e iniciará una nueva “dinastía” de papas venidos de las periferias de la cristiandad.


La figura del Papa es tal vez el mayor símbolo de lo sagrado en el mundo occidental. Las sociedades que por la secularización exiliaron lo sagrado, la falta de líderes referenciales y la ausencia de la figura del padre como aquel guía, orienta y muestra caminos, concentraron en la figura del Papa estos viejos anhelos humanos, que se podían leer en los rostros de los fieles que estaban en la plaza de San Pedro. En ese espíritu, rompió los protocolos, se sintió como uno más del pueblo, pagó la cuenta de su albergue, fue en un automóvil corriente a la Iglesia de Santa María Mayor y conserva su cruz de hierro.


Para los cristianos es irrenunciable el ministerio de Pedro como aquel que debe «confirmar a los hermanos y hermanas en la fe», según lo dispuesto por el Maestro. Roma, donde están enterrados Pedro y Pablo, fue desde el principio, la referencia de unidad, de ortodoxia y de celo por las demás Iglesias. Esta perspectiva la acogen también otras Iglesias no católicas. El problema es la forma como se ejerce esta función. El Papa León Magno (440-461), en el vacío de poder imperial, tuvo que asumir el gobierno de Roma para enfrentar a los hunos de Atila. Tomó el título de Papa y Sumo Pontífice, que eran del Emperador, e incorporó el estilo de poder imperial, monárquico y centralizado, con sus símbolos, vestimentas y estilo palaciego. Los textos referidos a Pedro, que en Jesús tenían sentido de servicio y de amor, se interpretaron al estilo romano como estricto poder jurídico. Todo culminó con Gregorio VII, que con su Dictatus Papae (la dictadura del Papa) se arrogó para sí los dos poderes, el religioso y el secular. Surgió la gran Institución Total, obstáculo a la libertad de los cristianos y al diálogo con el mundo globalizado.


Este ejercicio absolutista siempre fue cuestionado, sobre todo por los reformadores, pero nunca se suavizó. Como reconocía Juan Pablo II en su documento sobre ecumenismo, este estilo de ejercer la función de Pedro es el mayor obstáculo a la unión de las Iglesias y a su aceptación por los cristianos que vienen de la cultura moderna de los derechos y la democracia. No basta la espectacularización de la fe con grandes eventos para suplir esta deficiencia.

La actual forma monárquica deberá ser reconsiderada a la luz de la intención de Jesús. Será un papado pastoral y no profesoral. El Concilio Vaticano II estableció los instrumentos para ello: el sínodo de los obispos, hasta ahora sólo consultivo, cuando fue pensado para ser deliberativo. Se crearía un órgano consultivo que con el Papa gobernaría la Iglesia. Mediante el Concilio se creó la colegialidad de los obispos, es decir, las conferencias nacionales y continentales tendrían más autonomía para permitir el enraizamiento de la fe en las culturas locales, siempre en comunión con Roma. No es impensable que representantes del Pueblo de Dios, desde cardenales hasta mujeres pudiesen ayudar a elegir un Papa para toda la cristiandad. Es urgente una reforma de la Curia en la línea de la descentralización. Sin duda, lo hará el Papa Francisco. ¿Por qué el Secretariado de las religiones no cristianas no podrían trabajar en Asia? ¿El Dicasterio para la unidad de los cristianos en Ginebra, cerca del Consejo Mundial de las iglesias? ¿El de las misiones en alguna ciudad de África? ¿El de los derechos humanos y la justicia en América Latina?


La Iglesia Católica podría convertirse en una instancia no autoritaria de valores universales, de los derechos humanos, los de la Madre Tierra y de la naturaleza, contra la cultura de consumo y a favor de una sobriedad compartida. La cuestión central no es la Iglesia sino la humanidad y la civilización, que pueden desaparecer. ¿Cómo la Iglesia ayuda a preservarlas? Todo esto es posible y factible, sin renunciar en nada a la esencia de la fe cristiana. Es importante que el Papa Francisco sea un Juan XXIII del Tercer Mundo, un «Papa buono». Sólo así podrá rescatar su credibilidad perdida y ser un faro de espiritualidad y de esperanza para todos.
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Un esercisio differente del papato é possibile. Leonardo Boff


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Un esercizio differente del papato è possibile
16/03/2013

La grave crisi morale che attraversa tutto il corpo istituzionali della Chiesa ha fatto sì che il conclave eleggesse qualcuno che ha autorità e coraggio per fare profonde riforme nella Curia romana e inaugurare una forma di esercizio del potere papale che sia più conforme allo spirito di Gesù e al passo con la coscienza dell’umanità . Francesco è il suo nome.

La figura del papa è forse il più grande simbolo del Sacro nel mondo Occidentale. Le società che attraverso la secolarizzazione hanno esiliato il Sacro, in mancanza di leaders di riferimento e con la nostalgia della figura del padre come colui che orienta, crea fiducia e indica il sentiero, hanno concentrato nella figura del Papa queste ansie ancestrali degli umani che potevano essere lette sulle facce dei fedeli in piazza San Pietro. Per questo è importante analizzare il tipo di esercizio del potere che il Papa Francesco eserciterà. Nella sua prima allocuzione ha detto che lui “presiederà nella carità” e non come quelli del passato che avevano potere giudiziale su tutte le chiese. Per i cristiani è irrinunciabile il ministero di Pietro come colui che deve “confermare i fratelli e le sorelle nella fede” secondo il mandato del Maestro. Roma dove stanno sepolti Pietro e Paolo, è stata fin dai primordi, per le altre chiese, il riferimento per l’unità, per l’ortodossia e per lo zelo.

Questa prospettiva è accolta pure dalle rimanenti chiese non cattoliche. La questione è tutta su come si esercita la tale funzione. Il papa Leone Magno (440-461), nel vuoto del potere imperiale, dovette assumere la governance di Roma. Prese il titolo di Papa e di Sommo Pontefice che erano dell’imperatore, incorporò lo stile imperiale del potere monarchico assoluto e centralizzato, con i suoi simboli, paramenti e stile di palazzo. I testi attinenti a Pietro che in Gesù avevano un senso di servizio e di primato di amore furono interpretati come stretto potere giuridico. Tutto culminò con Gregorio VII che con il suo “Dictatus papae” (la dittatura del Papa) si arrogò i due poteri, quello religioso e quello della società civile. Nacque una grande istituzione Totale ostacolo al cammino della libertà dei cristiani e della società. A partire da qui il Papa emerge come un monarca assoluto con la pienezza di tutti poteri come il canone 331 esprime chiaramente. Solleva la pretesa di subordinare al suo potere tutte le chiese.

Quest’esercizio assolutista è stato sempre messo in questione, specialmente dai Riformatori. Ma non si è mai addolcito. Come riconosceva Giovanni Paolo II, questo stile di esercitare la funzione di Pietro è il maggior ostacolo all’ecumenismo e all’accettazione da parte dei cristiani che vengono dalla cultura moderna dei diritti e della democrazia. Per supplire a questa mancanza, gli ultimi due papi hanno organizzato una spettacolarizzazione della fede, con viaggi e eventi di massa come quello degli giovani da realizzarsi a Rio de Janeiro.

Questa forma monarchica e assolutista rappresenta una deviazione dall’intenzione originaria di Gesù e adesso con Francesco deve essere ripensato alla luce dell’intenzione di Gesù. Sarà un papato pastorale e di servizio alla carità e all’unità e non più un papato del potere giuridico assolutista. Il concilio Vaticano II ha stabilito igli strumenti per una riformulazione nel governo della Chiesa: il sinodo dei vescovi, svuotato e fatto finora strumento consultivo, mentre invece era stato pensato come strumento deliberativo. Nascerebbe un organo esecutivo che con il Papa governerebbe la Chiesa. È stata creata dal concilio la collegialità dei vescovi, vale a dire, le conferenze continentali e nazionali guadagnerebbero più autonomia per permettere un radicamento della fede nelle culture locali sempre in comunione con Roma. Rappresentanti del popolo di Dio, cardinali e vescovi, clero e laici e perfino donne aiuterebbero a eleggere un papa per tutta la cristianità. Si fa urgente una riforma della Curia nella linea del decentramento. Certamente quello che farà Papa Francesco. Perché il Segretariato per le religioni non cristiane non potrebbe funzionare in Asia? il dicastero dell’unità dei cristiani a Ginevra, vicino al Consiglio Mondiale delle chiese? Quello delle missioni, in qualche città dell’Africa? Quello dei diritti umani e della giustizia in America Latina?

La Chiesa cattolica potrebbe trasformarsi in una istanza non autoritaria di valori universali, della cura per la Terra e per la vita sotto grave minaccia, contro la cultura del consumo, in favore di una sobrietà condivisa, enfatizzando la solidarietà e la cooperazione a partire dagli ultimi contro lo stress della concorrenza. La questione centrale non è più la Chiesa ma l’umanità e la civiltà che possono scomparire. In che modo la Chiesa aiuta nella loro preservazione?Tutto questo è possibile e realizzabile senza rinunciare in nulla alla sostanza del fede cristiana. Importa che il Papa Francesco sia un Giovanni XXIII del terzo mondo, un “Papa buono”. Solo così potrà riscattare la credibilità perduta e essere un faro di spiritualità e di speranza per tutti.

ANÁLISIS A FONDO. J. Francisco Gómez Maza. ¿Y LOS QUE NO TIENEN VOZ?


JUE 14-03-13

FRANCISCO GÓMEZ MAZA

ANÁLISIS A FONDO: ¿Y LOS QUE NO TIENEN VOZ?

· La reforma de las telecomunicaciones

· ¿Quedan fuera a radios comunitarias?

La iniciativa de reforma a las telecomunicaciones, apoyada ya por unos 340 diputados, presenta avances en lo que se refiere al espectro mercantil del espectro radioeléctrico. Pero de ello a pudiera ser una reforma democrática hay una enorme distancia.

Desde el cuadrante de la sociedad que no tiene derecho de participar en el llamado debate público, la iniciativa adolece de importantísimos olvidos. Uno: las radios comunitarias.

Lo único claro en la iniciativa es la propuesta de un organismo público autónomo para operar los sistemas de radio y de televisión asignados al gobierno federal, incluido el OPMA (Organismo Promotor de Medios Audiovisuales), que proveería el servicio de radiodifusión sin fines de lucro etc. Los otros serían el Instituto Federal de Telecomunicaciones y la Comisión Federal de Competencia Económica.

Pero no nada de la comunicación comunitaria, y especialmente de la radiodifusión comunitaria, que representa uno de los principales instrumentos de la ciudadanía organizada para hacer efectiva su libertad de opinión y expresión a través de sus propios medios.

Los dos organismos públicos que controlarían las telecomunicaciones contarían con un consejo ciudadano, elegido a propuesta del poder ejecutivo, para asegurar su independencia y una política editorial imparcial y objetiva.

Sin embargo, como lo ha advertido la secretaria de la comisión de radio y televisión de la Cámara, Luisa María Alcalde Luján, una inconsistencia grave es la forma en que habría de elegirse a los comisionados. Contrasta con el objetivo de la iniciativa: el reconocimiento a la libertad de difusión de ideas como derecho fundamental, constitucional.

Se concentraría el poder en los comisionados, que durarían 9 años en el encargo. Participarían en el comité que evaluaría a los aspirantes a ocupar un puesto en esos dos organismos el INEGI, el Banco de México y el Instituto Nacional para la Evaluación de la Educación. No se entiende por qué dejaron fuera a la Universidad Nacional Autónoma de México y a la Comisión Nacional de los Derechos Humanos.

Otra inconsistencia: en el caso del otorgamiento de concesiones y revocaciones por parte del instituto, tendría que haber una previa opinión del Ejecutivo federal, aun cuando el organismo tendría autonomía.

Desde una perspectiva de derechos humanos, de acuerdo con el criterio de la Comisión de Derechos Humanos del Distrito Federal, resulta imprescindible, para consolidar una sociedad democrática, que coexista una mezcla de medios públicos, privados y comunitarios, por medio de los cuales todos los sectores sociales, sin discriminación alguna, logren expresar sus voces, promuevan el debate en sus comunidades, intercambien información y conocimiento, y participen en la toma de decisiones públicas.

Frente al desarrollo incesante de las tecnologías de la comunicación, este reto obliga a gobiernos, empresas y sociedad en su conjunto a democratizar el entorno mediático, conforme al principio de pluralismo y diversidad que debe regir el pleno ejercicio del derecho a la libertad de expresión.

Pero desafortunadamente esta libertad, junto con otras libertades fundamentales, está limitada por la violencia y criminalizada por una ideología impositiva de la seguridad, que pasa por encima de los derechos fundamentales de las personas.

Y la comunicación comunitaria, y especialmente la radiodifusión comunitaria, resulta todavía más vulnerada debido, por un lado, a la concentración empresarial y gubernamental de los medios masivos de comunicación y, por el otro, a la falta de un reconocimiento explícito en las leyes de medios, y de un marco que regule su funcionamiento.

De acuerdo con diversas denuncias de organizaciones civiles encabezadas por la Asociación Mundial de Radios Comunitarias, sección México, autoridades federales y estatales han realizado operativos para desmantelar cabinas de radio, e imponer sanciones penales desproporcionadas a quienes participan en estos proyectos comunitarios, debido principalmente a la falta del otorgamiento de un permiso legal para utilizar el espectro radioeléctrico.

Francisco Gómez Maza

ANÁLISIS A FONDO. J. Francisco Gómez Maza. EL PELIGROSO OFICIO DE INFORMAR


FRANCISCO GÓMEZ MAZA

ANÁLISIS A FONDO: EL PELIGROSO OFICIO DE INFORMAR

· Entre la violencia y la impunidad

· La FEADLE sirve para un carajo

El ombudsman Raúl Plascencia Villanueva entregó ayer a la Suprema Corte el informe de labores de la Comisión Nacional de Derechos Humanos, en el cual dedica un párrafo, no por conocido, menos inquietante: en 2012, los periodistas y defensores civiles de los derechos humanos continuaron desempeñando su labor en un ambiente adverso, ya que se registraron 98 quejas correspondientes a agravios contra de comunicadores y 51 contra defensores civiles.

La organización defensora de derechos humanos con sede en Londres, Inglaterra, Article 19, presenta hoy miércoles 13 de marzo, a las 11 horas en el Museo Memoria y Tolerancia de la ciudad de México, su informe anual 2012 sobre la violencia contra el periodismo y la impunidad de los criminales: “Doble asesinato: la prensa, entre la violencia y la impunidad”.

La Fundación para la Libertad de Expresión (Fundalex), por su parte, envió ayer a los medios informativos un comunicado para advertir que la vida de los periodistas mexicanos continuará en riesgo, mientras la impunidad siga siendo el principal instrumento para quienes tienen la necesidad de ocultar información, o ven amenazados sus intereses particulares frente a los intereses de la sociedad.

Es ya nota vieja, pero no por ello olvidada que, en los últimos días, han ocurrido el asesinato del periodista Jaime Guadalupe González Domínguez, en la ciudad chihuahuense de Ojinaga, y la desaparición del trabajador del Diario de Ciudad Juárez, Víctor Javier Campos, hallado muerto en Agua Prieta, Sonora. Ocurrieron también repetidos ataques contra los periódicos El Siglo de Torreón y el Diario de Ciudad Juárez, así como contra la televisora Canal 44 de ésta última ciudad.

No menos grave para la libertad de expresión y el derecho a la información es la reciente decisión del diario Zócalo en Coahuila, en el sentido de que, “en virtud de que no existen garantías ni seguridad para el ejercicio pleno del periodismo, el Consejo Editorial de los periódicos Zócalo decidió, a partir de ayer, abstenerse de publicar toda información relacionada con el crimen organizado”.

El pasado jueves 7 de marzo aparecieron en diversos lugares de Coahuila alrededor de 50 mantas donde amenazaban a la familia Juaristi, dueña del diario con sede en Saltillo y subsidiarias en Monclova, Ciudad Acuña y Piedras Negras. El caso del Zócalo de Coahuila no es inédito; en Tamaulipas los medios han omitido las noticias sobre el crimen organizado.

El 20 de septiembre de 2010, El Diario de Ciudad Juárez, en el editorial titulado “Qué quieren de nosotros”, pregunto, dirigiéndose a las bandas criminales, entre otras cosas: “… somos comunicadores, no adivinos…. Queremos que nos expliquen qué es lo que quieren de nosotros”, y agregó: “Ustedes son, en estos momentos, las autoridades de facto de esta ciudad, porque los mandos instituidos legalmente no han podido hacer nada para impedir que nuestros compañeros sigan cayendo”.

Hasta hoy, el Estado mexicano NO ha cumplido con las recomendaciones del GT-EPU (Grupo de Trabajo – Examen Periódico Universal), emitidas en febrero de 2009 por la ONU, en lo que concierne a la erradicación de la impunidad en las agresiones contra periodistas. Las recientes reformas constitucionales son inocuas en tanto no se modifique la legislación secundaria. Siguen ausentes la verdad, justicia y reparación.

Los cambios y el marco institucional tanto en la FEADLE, el programa de la Comisión Nacional de Derechos Humanos como en los mecanismos de protección y prevención contra la violencia no han derivado en resultados contundentes, que favorezcan el ejercicio de la libertad de expresión en México. La política estatal de protección no ha cumplido su objetivo. La mayoría de las agresiones contra periodistas provinieron de agentes del Estado, por lo que debería de adoptar protocolos y medidas al respecto, para evitar y disminuir las agresiones.

analisisafondo@cablevision.net.mx
Francisco Gómez Maza

Benedicto,en paz. Por Armando Fuentes Aguirre (Catón)


(Proporcionado por Salvador Flores LLamas)

Benedicto, en paz

Armando Fuentes Aguirre (Catón)

“He caminado leguas y leguas, todas las leguas que Dios ha querido, y me siento cansado y un poco triste. Me detengo a reposar un momento mi fatiga, y vuelvo la vista hacia atrás. El camino recorrido es largo; se pierde en una lejanía indefinible. Pasé por lugares apacibles, de sosiego deleitoso, con verdes lontananzas que le pusieron inefable paz a mi espíritu, y atravesé por otras áridas tierras, grises, polvorosas, llenas de agrios peñascales y cardos punzadores que me acometían para desgarrar mis carnes. Veo hacia adelante, y el sendero se dobla en un recodo oscuro metido entre negros y grandes peñascales informes. ¿Está cerca, está lejos esa revuelta de la vía? Sólo Dios sabe la distancia.

Yo estoy pronto, Señor, para cuando Tú ordenes que entre en la tiniebla misteriosa de esa noche intempesta. Mas para ese atardecer tengo mi lámpara, y mientras Él no me llame para sí cum­pliré contento mi destino. Mi vida ya se encuentra en sosegada tranquilidad. Se ha aquietado en ella toda turbación; se halla en serenidad contemplativa; está en paz.

La paz de la conciencia, la dulce satisfacción del deber cumplido, valen y duran tanto para el corazón humano como la más perdurable gloria…”.

Esas palabras las aprendí de memoria hace mucho tiempo, y las he recordado hoy. Las escribió poco antes de su muerte mi ilustrísimo paisano saltillense, don Artemio de Valle Arizpe. Iba a leerlas él en una presentación pública como parte del ciclo “Trato con escritores” que presentó el INBA en la Sala Ponce del Palacio de Bellas Artes. Anciano, enfermo, Valle Arizpe asistió al acto, pero no pudo dar lectura ya a su hermoso texto, que tituló “Historia de una vocación”. Lo leyó en su lugar, con galanu­ra y sentimiento, quien era incuestionablemente el mejor lector de México: Salvador Novo. Estuve presente en la ocasión, y evoco la emoción que me causó aquel testamento literario de don Artemio, tan bien escrito, tan sincero. Memoricé después -lo dije ya- algunas de sus páginas, y las he llevado conmigo hasta este día.

Hoy las transcribo en homenaje de otro hombre anciano también, también enfermo, que se ha des­pedido del mundo con la misma serenidad y semejante paz con que le dijo adiós aquella tarde mi insigne conterráneo. Ahora el Papa Benedicto tiene el título de Emérito. Tuvo el supremo valor y la humildad suprema de la renunciación. Se va para que otra mano más firme que la suya guíe la nave de San Pedro. Milenario navio es ése; ha conocido otros vientos y otras tempestades. Los tiempos de hoy son para la Iglesia aciagos, borrascosos.

Algunos hijos suyos -pocos cuando se les compara con el número inmenso de los buenos- extravia­ron el rumbo y la dañaron. Más contra la borrasca está la roca. La renuncia de Benedicto, lejos de hacerle daño, le da a la nave más fortaleza y nuevo impulso. Aquellas palabras que arriba transcribí, escritas en México hace ya más de medio siglo por un hombre de profunda fe cristiana, Valle Arizpe, podría decirlas ahora Benedicto. También él se va tranquilo, en paz, a esperar la perdurable gloria que aguarda a quienes en medio de las tinieblas supieron dar su luz… FIN.

ANÁLISIS A FONDO. J. Francisco Gómez Maza. ¿Y LOS ATAQUES A LA PRENSA?


LUN 11-03-13
FRANCISCO GÓMEZ MAZA
ANÁLISIS A FONDO: ¿Y LOS ATAQUES A LA PRENSA?

De los crímenes contra periodistas, nada

No está claro si EPN apoya su defensa

¿Y de los periodistas agredidos, asesinados, y los medios atacados a balazos, qué, don Enrique?
A 102 días de la administración del presidente Enrique Peña Nieto, la gran nota siguen siendo el asesinato de periodistas y los atentados contra los medios. Y de ello no habló el mandatario en la celebración de sus primeros 100 días. Sólo agradeció la presencia de los medios en el acto de Palacio Nacional.
La propia Sociedad Interamericana de Prensa ha manifestado su desasosiego. En su asamblea de Puebla reportó que, en 12 años, hay 127 ataques registrados a periodistas mexicanos, y la violencia no ha disminuido en lo que va de la administración priísta. La SIP teme que los pocos avances que se habí­an logrado, al final de la administración pasada queden en el olvido.
El vicepresidente de la SIP en México, Armando Castilla, dijo que no está claro si Peña Nieto apoya el mecanismo para la protección de defensores de derechos humanos y periodistas, creado en 2012.
El empresario periodístico, dueño de Vanguardia de Saltillo, presentó el recuento de la violencia contra la prensa en los primeros 100 días: la desaparición de una periodista de San Luis Potosí­; el asesinato de otro en Chihuahua, y los ataques a El Diario de Juárez, el Canal 44 de televisión y el Siglo de Torreón, todo en los últimos seis meses.
Darío Ramírez, director ejecutivo de la organización de defensores de periodistas, Artículo 19, le dijo al colega Ricardo Rocha que el inicio de la administración en curso ha sido el peor de los últimos 13 años para el ejercicio del periodismo.
“Es importantísimo cuando los medios de comunicación hacen el balance de cuál es la situación de la libertad de prensa en América Latina; me parece que la nota sigue siendo que México aún es el país más peligroso para ejercer el periodismo en América Latina.”
Los defensores de periodistas de Artículo 19 han sostenido reuniones con funcionarios del Gobierno Federal, pero sin ver algún cambio en la estrategia para salvaguardar la seguridad de periodistas o instalaciones de medios de información.
En cuanto a la manifestación de la Secretaría de Gobernación en torno a la promoción, ante el Consejo Rector del Pacto por México, de los mecanismos de protección a periodistas y defensores de derechos humanos, el director ejecutivo de Artículo 19 declaró que para su protección se necesitan hacer cambios integrales, que ya están dibujados desde hace muchos años; se necesita fortalecer la Fiscalía.
Pero la verdad es que, por más de cinco años en que la fiscalía ha existido, no a dado ningún resultado efectivo; existe también un mecanismo de protección a periodistas en la misma Secretaría de Gobernación que ha servido para maldita sea la cosa.
Y es que los políticos tienen una retórica muy clara, un discurso vacío cuando se habla de qué medidas efectivas hay que tomar. Pero es imposible combatir la violencia si no se para la impunidad.
Artículo 19 tiene registrados unos 73 casos de periodistas asesinados en México y eso implica que el territorio nacional es el más peligroso para ejercer esta profesión, porque la impunidad en esos casos está en el 99 por ciento. Ante esta situación, como lo advirtió el defensor de periodistas, si el subsecretario de Medios, Eduardo Sánchez Hernández, quiere cambiar el mensaje y la realidad, tendría que empezar con combatir la impunidad en la que quedan los asesinatos y las agresiones de todo tipo contra medios y periodistas.
analisisafondo@cablevision.net.mx

Francisco Gómez Maza

EL ETERNO FEMENINO. Salvador Flores LLamas


A c e n t o

El eterno femenino

SALVADOR FLORES LLAMAS

De los 6,000 millones de humanos, 3.5 millones son féminas, y de los 112 millones de mexicanos, son el 52 por ciento, o sea 57.5 millones 360 mil. Cifras que se mencionaron en el Día Internacional de la Mujer.

Su influencia ha crecido en las últimas décadas en México y el mundo, aunque no satisfaga a las feministas que exigen un rol superior al del hombre, en proporción a su número.

En el Congreso Federal hubo avance significativo de la presencia femenina: hay 227 legisladores (184 de 500 diputados y 43 de 128 senadores) 35.99%; en contraste con que de 1952 a 2001 sólo hubo 921 diputadas (13.3%) y de 1964 a 2011, 114 senadoras (12.9%).

Eso se debió a que el Tribunal Electoral Federal (TRIFE) dispuso que debe haber un tercio de mujeres en el Congreso de la Unión.

Nunca ha habido presidenta en México, sí 23 secretarias de Estado (y 6 en el gabinete ampliado) en los últimos 32 años, como Rosa Luz Alegría, María de los Ángeles Moreno, Cristina Kessel, Patricia Espinoza y Josefina Vázquez Mota (que estuvo en Sedesol y en la SEP).

Hoy son Claudia Ruiz Massieu (Turismo) Mercedes Juan López (Salud) y Rosario Robles (Sedesol) y hay 54 subsecretarias.

Hay dos magistradas de la Suprema Corte: Margarita Luna Ramos y Olga Sánchez Cordero; María del Carmen Alanís en el TRIFE (incluso lo presidió) y ninguna en el Consejero de la Judicatura Federal.

Dos consejeras del IFE: Macarita Elizondo y María Marván; 52 de los 210 consejeros electorales estatales y 6 presiden sus consejos.

Ha habido 4 candidatas presidenciales: Rosario Ibarra de Piedra (1982) Marcela Lombardo y Cecilia Soto (1994) Patricia Mercado (2006) y Vázquez Mota (2012) la única postulada por un partido grande.

México ha tenido 6 gobernadoras: Griselda Álvarez (Colima) Beatriz Paredes (Tlaxcala) Dulce María Sauri (Yucatán) Rosario Robles (DF) Amalia García (Zacatecas) e Ivonne Ortega (Yucatán). El PAN no ha tenido ninguna.

De 37,836 elementos de la Policía Preventiva Federal 20% son mujeres; 5 años ha sólo eran 5%. La sicóloga Marisa Quintanilla es la tercera directora del Penal del Altiplano (Almoloya) que tiene a los reclusos más peligrosos.

Según el INEGI, 18 millones trabajan; ocupan puestos directivos 25% menos que en otros países, y sólo 8% figura en los consejos de administración. Sus ingresos son 34% inferiores a los de los varones y son el sostén de uno de cada 4 hogares mexicanos.

El 46.l% de las mayores de 15 años sufre violencia de sus parejas; el 42.4 emocional; 24.5 económica; 13.5 física y 7.3 sexual. El estado con mayor índice de violencia antifemenina es el de México con 58.9%.

Notable es el avance de la mujer en los deportes. Los Juegos Olímpicos de Londres la incluyeron ya en boxeo; el futbol femenino se expande cada día y ellas empiezan a destacar en las carreras de autos.

Es deseable más autenticidad de propósitos en las feministas, pues algunas se dejan llevar por preferencias sociales o sexuales, más que por luchar por la superación de género.

Seguiremos admirando, respetando, impulsando y amando al bello eterno femenino, al que debemos la existencia.